Fine dell’intervallo. In cattedra un cassetto di telefoni, due litigate e un alunno che «lo doveva avere per la madre che finisce tardi». Il regolamento dice divieto. Il bagno dice il contrario. Se insegni, non ti manca un’opinione sullo smartphone a scuola: ti manca una regola che non ti trasformi in addetto alla dogana.
Non è un manifesto pro o contro. È un quadro per scuole italiane: che cosa dispongono le note del ministero, che cosa hanno misurato gli studi sul divieto, e come non scaricare tutto sul singolo docente. Il dibattito ama i divieti netti. La giornata è fatta di eccezioni e classi che non si assomigliano.
Che cosa il divieto toglie dal banco (e che cosa non misura)
Un divieto chiaro punta al pezzo più visibile: lo schermo sul banco, le storie girate in classe, la notifica che spezza una spiegazione. Nello studio SMART Schools, su 1.227 ragazzi di 12–15 anni in 30 scuole secondarie inglesi, chi stava in una scuola con regole restrittive — di solito il telefono spento nello zaino — riportava meno tempo di telefono (−0,67 ore) e di social (−0,54 ore) durante l’orario scolastico. Non è un consenso degli istituti italiani, e non è una prova che l’aula sia più quieta. Meno rumore in aula resta un obiettivo legittimo. Non è, da solo, «tecnofobia».
Quel minor uso in orario non è un benessere migliore, né un uso più basso nell’intera giornata. Nello stesso studio non c’è evidenza di una differenza tra scuole restrittive e scuole permissive su benessere mentale, ansia, depressione, sonno, attività fisica, voti di inglese e matematica, comportamento in classe. Sul tempo di telefono e di social nel giorno feriale e nel weekend, nei modelli aggiustati, la differenza non è significativa. È uno studio trasversale, non un esperimento: non dice che il divieto «non funziona». Dice che, così com’è stato confrontato, non risulta associato a quegli esiti.
Il quadro sugli apprendimenti, negli studi precedenti, non è un solo numero. Il rapporto UNESCO del 2023 citava lavori in Belgio, Spagna e Regno Unito in cui il divieto si associava a risultati scolastici migliori, soprattutto per chi partiva più indietro. Una rapid review del 2024, su cinque studi quantitativi, trova sul rendimento un effetto piccolo e non significativo (d = 0,05) e sul benessere sociale un effetto più ampio (d = 0,22). Sono cinque studi, in parte con effetti letti dai grafici, e non includono SMART Schools. «Guadagni modestissimi» o «quasi nulla» è una lettura di questi lavori, non un consenso. Il divieto, da solo, non è un programma di educazione all’uso. La circolare del 2025 lo scrive: non esaurisce il ruolo della scuola. Le note italiane, poi, non sono un divieto nudo. Prevedono eccezioni per PEI, PDP e necessità personali. Foto e riprese in classe non sono misurate da questi studi: sono un’altra regola, da scrivere a parte.
Cosa sta succedendo in Italia (senza fare i giuristi)
In Italia il quadro non è più «primaria e media sì, superiori a scelta». La nota del Ministero dell’istruzione e del merito prot. 5274 dell’11 luglio 2024, per l’anno scolastico 2024/2025, dispone il divieto di utilizzo in classe del cellulare, anche a fini educativi e didattici, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado. Restano i casi previsti dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato, e le condizioni personali documentate e oggettive. Per la didattica la stessa nota lascia pc e tablet, sotto la guida dei docenti. Chiede alle scuole di aggiornare il regolamento e il patto di corresponsabilità, con sanzioni disciplinari nella secondaria di primo grado. Raccomanda anche di non lasciare i compiti solo sul registro elettronico: la notazione sul diario resta, così l’alunno non dipende da un dispositivo per sapere che cosa fare a casa. La circolare prot. 3392 del 16 giugno 2025 estende il divieto agli studenti del secondo ciclo, durante l’attività didattica e più in generale in orario scolastico, anche a fini didattici. Le scuole aggiornano regolamento e patto, con sanzioni. L’autonomia che resta è sulle misure organizzative per far rispettare il divieto, non sulla scelta di lasciare il telefono «per studio». Restano le eccezioni per PEI, PDP e necessità personali motivate, e l’uso strettamente funzionale negli indirizzi tecnici di informatica e telecomunicazioni. Pc, tablet e lavagna elettronica restano per la didattica programmata dalla scuola. La nota del 2024 motiva il divieto citando, tra gli altri, il rapporto UNESCO del 2023. Non è un parere legale, e non è questo l’articolo in cui rifare quel ragionamento. La domanda utile, in istituto, è quale comportamento è scritto, in quale plesso, e chi lo applica alle 11:40. Senza un protocollo locale la stessa nota diventa geometria variabile: severi in terza A, elastici in terza C. La scuola non risolve il conflitto domestico, tra chi vuole il telefono «per la strada» e chi il divieto totale: a casa servono accordi di schermo, non una riedizione del regolamento scolastico. La scuola può dire che cosa succede tra ingresso e uscita, e che cosa non è compito suo.
Tre livelli: istituto, classe, emergenza
Separare i piani è un modo per non lasciare la regola all’ora. Non è un risultato di studio. Se tutto è «decisione del docente in quella ora», la regola cambia con chi entra. Se tutto è «regolamento da 12 pagine», è facile che resti nel cassetto.
Livello istituto
Una regola unica per plesso, scritta in poche righe, visibile a famiglie e studenti. Per il primo ciclo la nota del 2024 è già stretta: in classe il cellulare non si usa, nemmeno per un’attività didattica, salvo PEI, PDP o una condizione personale documentata. La didattica digitale, se serve, sta su pc o tablet guidati dal docente. Un posto fisico — zaino spento, cassetta, armadietto — è una misura organizzativa, non un paragrafo in più. Chi custodisce, chi apre, che cosa succede in gita: ditelo nel regolamento, prima del primo caso. Dieci righe si leggono. Non è una misura di quante righe «tengano».
Livello classe
Il docente non rinegozia il divieto a ogni ora. Le note lasciano al regolamento le sanzioni, non un copione. Due gesti, sempre quelli, si possono scrivere: il richiamo, e la conseguenza che il regolamento già prevede. La teatralità del «lo porto in presidenza al terzo secondo» non è in quei testi. Se un’attività ha bisogno di uno schermo, la nota del primo ciclo indica pc e tablet sotto la guida del docente, non il telefono personale. Un’app di accessibilità, se sta nel PEI o nel PDP, è l’eccezione già scritta, non un favore detto a voce.
Livello emergenza
Le note non definiscono «emergenza». Prevedono necessità personali documentate o motivate, oltre a PEI e PDP. In istituto si può scrivere che cosa passa dalla segreteria: un familiare che deve raggiungere lo studente, un problema di salute, un ritardo del trasporto. Non è, in quel protocollo, il gruppo WhatsApp, il voto uscito, o «mamma ha detto di scriverle a ricreazione» se esiste già un canale scuola-famiglia. I collaboratori devono sapere come si passa una chiamata. Se l’unico canale resta il telefono in tasca, la regola scritta e la giornata non coincidono. Non c’è uno studio che misuri quel buco.
Gesti che si possono scrivere, oltre al «se lo vedo lo prendo»
Non è una lista di innovazione pedagogica, e non è ciò che «in molte scuole riduce il conflitto». Sono gesti organizzativi. SMART Schools ha confrontato politiche restrittive e permissive, non queste cinque righe.
- Un contenitore di classe, non un sequestro. Alla prima ora i telefoni in una cassetta visibile, spenti, e a fine giornata si riprendono. Nello studio inglese la regola restrittiva più comune era un’altra: telefono spento nello zaino. La cassetta è una scelta organizzativa, del tipo che la circolare del 2025 lascia all’istituto. Non è la prova che si insegua meno in bagno.
- Stessa regola tra colleghi. Se in matematica il telefono è spento e in arte si scrolla, la norma che gli studenti imparano è il docente. Le note chiedono un regolamento di istituto. Senza lo stesso gesto tra colleghi, quel testo resta carta. Non è una gara vinta contro la circolare.
- Un’alternativa per il rientro. Orari, recapiti, chi chiama chi. È il pezzo che toglie al telefono in tasca il ruolo di unico collegamento. Non c’è una misura della «scusa più usata».
- Privacy come regola, non predica. Foto in classe, negli spogliatoi, durante una crisi: è un’altra regola, non la stessa dell’attenzione. Questi studi non misurano se gli studenti distinguono «non ti distrarre» da «non riprendere gli altri». Vale la pena scriverlo lo stesso, a parte.
- Didattica digitale senza telefonino personale. Laboratorio, carrello, computer di classe. Le note lasciano pc e tablet sotto la guida dei docenti, e tolgono il cellulare anche quando la giustificazione è didattica, salvo le eccezioni già dette. «Prendete il vostro smartphone» non è in quei testi. Non è, qui, la prova che sia il dispositivo sbagliato per venticinque persone.
Le eccezioni non sono favori. Le note le scrivono: PEI, PDP, condizioni personali documentate. Il rapporto UNESCO, parlando della Francia, ricorda un divieto con eccezioni per la disabilità. Ricorda anche che chi è più svantaggiato resta spesso fuori dai benefici della tecnologia. Una regola di istituto che assume lo stesso telefono e un adulto libero all’uscita non è in quegli studi. È un punto da guardare quando si scrive il protocollo dei rientri.
Cosa chiedere a famiglie e studenti (senza scaricare i docenti)
Il patto di corresponsabilità, che le note chiedono di aggiornare, può stare in tre frasi, non in quindici. Non perché uno studio abbia contato fino a tre. Alle famiglie: in orario scolastico si passa dalla scuola, non dal telefono del figlio. Agli studenti: spento e fuori mano, salvo le eccezioni scritte. Alla scuola: un recapito che risponde e la stessa regola in tutte le sezioni. Se i genitori scrivono in classe, la regola e la giornata non coincidono. Le note sono uscite prima dell’anno, a luglio 2024 e a giugno 2025: il momento per aggiornare il regolamento è quello, non un dibattito a maggio. Con gli studenti, niente crociata. «Qui lo schermo personale non sta in aula. Fuori, l’uso è un altro discorso.» Il rapporto UNESCO aggiunge che gli studenti vanno anche educati ai rischi e alle opportunità, non solo tenuti lontani dal dispositivo. Un discorso sulla dopamina in assemblea non è in queste fonti. A casa, sul sonno, il pezzo vicino è il telefono in camera.
Un protocollo minimo per una scuola
Se dovete partire da zero, questo è un protocollo corto, non una riforma e non un tempo studiato:
- Poche righe, distinte per primo e secondo ciclo se l’istituto li ha entrambi, con le eccezioni delle note.
- Un posto fisico per i telefoni in ogni classe (o zaino chiuso, se i contenitori non ci sono).
- Due conseguenze scritte prima, non una scala inventata in corridoio. Il ritiro fino a fine giornata, se sta nel regolamento, è una scelta di istituto. Le note chiedono sanzioni, non dicono di trattenere il telefono per giorni.
- Un canale, noto a famiglie e collaboratori, per le necessità che non passano dal telefono in tasca.
- Un passaggio in collegio per allineare i colleghi. Senza lo stesso gesto, il regolamento resta carta.
Poi guardate dove la giornata non coincide con il testo: ricreazione, bagno, cambio dell’ora, supplenza. Le supplenze non sono «il buco classico» misurato. Sono il punto in cui un docente che entra per la prima volta deve trovare la regola già scritta.
Chiudere senza teatralità
Una regola che si può rileggere a novembre è poco photogenica: contenitore o zaino, stessa regola tra classi, un canale per le chiamate, conseguenze scritte. Il divieto, nelle note italiane, è il bordo. Il rapporto UNESCO e la circolare del 2025 aggiungono che non è tutto il programma: resta l’uso responsabile. Non è un risultato già misurato.
Se lunedì l’unico cambiamento è allineare il regolamento alle note e scrivere la stessa regola per tutte le sezioni, è un aggiornamento, non un dibattito. I social non si risolvono in collegio. Si può fare in modo che, a metà novembre, la regola scritta sia ancora quella che si applica.





